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Sergio Gerasi, the creative hand behind Dylan Dog

Sergio Gerasi is a prominent Italian cartoonist.

“Dylan Dog falls in love almost always but never marries. He lives amidst the nightmares of other people, of the  world in general. He is the emblem of the antihero—beautiful and melancholic.”

I interviewed him on the occasion of the release of his last graphic novel “L’Aida”.

December 28 2020
Reading time: 10 min

If you want to read the interview to Sergio Gerasi in English you can find it here.

di Ilaria Verunelli

«Dylan Dog vive a Londra, ha un maggiolone Volkswagen cabrio, vecchio e scassato e un assistente, Groucho. Si innamora quasi sempre, ma non si accasa praticamente mai. Vive tra gli incubi degli altri, del mondo in generale. È l’emblema dell’antieroe, bello e malinconico». Sergio Gerasi disegna fumetti, questo è il suo lavoro. È la mano dietro Dylan Dog, uno dei personaggi italiani più noti. «A Dylan Dog io presto i miei disegni, non è un mio personaggio; è stato ideato nella prima metà degli anni ’80 da Tiziano Sclavi».

La Voce Italiana ha avuto l’opportunità di intervistare questo giovane e noto fumettista italiano, nato nel 1978, ma con 20 anni di attività professionale alle spalle.

Chi è Sergio Gerasi in poche parole?

Sergio Gerasi è cresciuto nei primi anni ’80 del secolo scorso. Era un bambino timido e riservato ma, a quanto sembra oggi, risoluto dato che sin da piccolo sognava di fare il fumettista. Così è stato. Il Sergio Gerasi di oggi è effettivamente un fumettista. Quest’anno, nel 2020, festeggia i 20 anni di carriera, vent’anni cioè dal primissimo fumetto pubblicato in edicola. Si trattava di Lazarus Ledd n 81. Da allora non ha mai smesso di disegnare, tutti i giorni, per quasi tutto il giorno. La sera no.

Mi hai raccontato in un’altra occasione che hai cominciato a parlare tardi, ma a disegnare prestissimo.

Che buffo, non ricordavo di averti parlato di questa cosa, però in effetti è verissima: mia mamma dice che ho iniziato a parlare verso i tre anni. Al contrario, da che ho memoria, io disegno. Di passioni nel corso del tempo ne ho avute altre: il calcio, la musica o la programmazione con i primi computer. Tutte queste passioni hanno poi avuto una fine o comunque non hanno trovato un terreno così fertile come il disegno.

Raccontaci qualcosa di Dylan Dog, un protagonista del fumetto italiano. Come fai a metterti nei suoi panni? Tu fai i disegni, la storia è scritta da altri. E poi cosa succede?

Il primo numero, ormai mitico, venne pubblicato nel 1986, a settembre. Io incontrai questo fumetto da lettore dopo alcuni anni, visto che nell’86 ne avevo 8 di anni e per approcciarsi ad un fumetto horror era un po’ troppo presto. Dylan Dog è un indagatore dell’incubo, il solo forse. Il suo volto venne ispirato da un giovanissimo Rupert Everett che poi interpretò Francesco Dellamorte in “Dellamorte Dellamore”, film horror cult in Italia, tratto dal romanzo di Sclavi che ispirò il personaggio di Dylan Dog.

Personalmente, entrare nello staff dei disegnatori di una testata così prestigiosa è stato per me un enorme onore e un sogno che si realizza. Dylan Dog fu proprio il fumetto che da ragazzino mi fulminò. Probabilmente riesco a disegnarlo perché ormai lo leggo da circa 30 anni, è quasi un fratello per me. Un cugino, via.

Sì, la storia è scritta da un gruppo molto eterogeneo di sceneggiatori, dato che il suo creatore, Sclavi, non produce più molto storie, anzi alcuni anni fa aveva addirittura smesso di scrivere. Fortunatamente pare ci abbia ripensato.

Cosa fa Sergio Gerasi di fronte ad una pagina bianca? Quali sono le tecniche usate oggi?

Le possibilità di disegnare oggi sono in effetti ampissime, grazie al digitale. Io ho iniziato su carta, quando ancora era inimmaginabile poter disegnare su un foglio elettronico come può essere oggi l’iPad Pro. Io non sono un estremista di uno o dell’altro approccio. Per me sono benaccetti tutti gli strumenti che permettano di tracciare segni e disegni su un foglio o su un foglio digitale. Utilizzo ancora carta e pennelli, ma anche le cosiddette tavolette grafiche o i tablet. Tutto insomma, purché valido. Davanti a una pagina bianca non ho mai avuto blocchi di sorta, anzi l’energia che mi dà un foglio immacolato è enorme; c’è spazio per disegnare, per vedere qualcosa nascere dal bianco assoluto.

Sergio Gerasi nasce a Milano e Milano è diventata il cuore della sua trilogia da autore completo. Parlaci della tua relazione con questa città dalla bellezza immensa, ma talvolta un po’ sommersa.

Milano è la città dove sono nato e dove tuttora vivo. Nel corso degli anni, tramite il fumetto e la musica, ho girato molto, visto tanti posti, incontrato un mucchio di gente. Ma, come diceva Kerouac, sempre a casa devi tornare, per elaborare un “Satori”, un’illuminazione. E così è sempre stato per me, le idee sedimentavano sempre e una volta tornato a Milano ribollivano fuori; per cui tutte le cose che ho scritto, sono nate qui ed è inevitabile che si portino appresso anche il sapore dei palazzi intorno.

Milano è di certo estremamente pudica, la sua bellezza non è immediata e la devi ricercare; non è mai a portata di mano. Basti pensare che alcuni dei luoghi più suggestivi sono le corti interne, spesso inaccessibili. Poi, in fondo, per me qui c’è quel sapore di casa, nel bene e nel male. Da ragazzino ho passato le mie estati con la famiglia in Puglia, quando ancora il Salento non era una meta alla moda. Al rientro, a fine agosto, chiudevo il finestrino con nel naso l’odore di un’aria frizzante, pulita, buona, di mare e fichi e terra rossa. Lo riaprivo alla periferia sud di Milano e sentivo un odore cattivo, respingente, ma a me non dava così fastidio, era casa ed ero contento di esser tornato.

Aida…

Mia figlia. Ma anche il mio libro in uscita a breve. Non sono la stessa persona: capita una cosa strana quando si immaginano le storie: ci si basa su quanto si ha intorno, lo si mescola alla fantasia, lo si costruisce e lo si modella in base a dove si vuole andare. Poi magicamente nasce una storia. In questo senso sono convinto che non esistano storie davvero autobiografiche, ma che in fondo lo siano tutte quante.

Quando e come comincia la storia del fumetto italiano?

La storia del fumetto italiano inizia circa 120 anni fa, se non sbaglio siamo all’inizio del ‘900 quando vede la luce il primissimo personaggio a fumetti d’Italia che è Bilbolbul. Il nome oggi è preso in prestito da un importante evento sul fumetto bolognese.

In questi 120 anni le cose, come è immaginabile, sono cambiate molto; il linguaggio a fumetti si è modificato ed ampliato, come è avvenuto per qualsiasi media moderno e contemporaneo. Personalmente ritengo che il linguaggio a fumetti sia tutt’ora poco sondato e nasconda potenzialità che altri media non hanno.

Il fumetto italiano e quello americano.

Il fumetto è nato negli Stati Uniti. Tutti ritengono Yellow Kid il primissimo esperimento di fumetto pubblicato al mondo. In Italia ci si è mossi qualche anno dopo ma entrambi i mercati sono vivi e importanti. Basti pensare che comunque nel mondo i fumetti si producono in pochi luoghi; si contano sulle dita di una mano: Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e in Argentina. Sono tutte scuole differenti che ancora oggi si studiano come approcci diversi. Soprattutto sono differenti mercati che portano i libri o gli albi in uno specifico meccanismo di vendita.

Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?

Il mio nuovo libro a fumetti, L’Aida, è in uscita tra circa un mese per Bao Publishing (ndr, ora in libreria). Con la Sergio Bonelli Editore invece sono sempre al lavoro su Dylan Dog. In quest’anno “scolastico” usciranno diversi albi e libri miei per Bonelli. È poi di questi giorni la notizia che forse inizierò anche lavori per l’estero. Ma fammi essere un po’ scaramantico, non vorrei dire nulla per ora, la cosa non è certissima, come molto spesso capita in questo lavoro.

Un tuo personaggio nel cassetto? Quale missione avrebbe sulla terra?

Nel mio cassetto, che ormai è un file di qualche megabyte sul computer, anzi sul cloud, ci sono davvero tante tante idee. Le appunto con regolarità. Buon segno, significa che il cervello lavora.

Il personaggio, o meglio, la storia più “moderna” e agganciata alla realtà che io abbia mai realizzato è proprio “L’Aida”. Uscirà da qui a un mese (ndr, ora in libreria). Lo slancio dei protagonisti è quello di proiettarci tutti in un mondo nuovo, pulsante, sporco e totalmente reale, ma allo stesso tempo anche virtuale, digitale, se vuoi impersonale. Tutto ciò, però, in un’ottica molto più critica di quanto stiamo facendo ora, cercando nel nuovo che abbiamo inventato una vera opportunità e non l’ennesimo indispensabile bisogno superfluo.

To know more:

Sergio Gerasi’s official website

Italy in their own words

WATCH THE VIDEO: Sergio Gerasi draws Dylan Dog