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Antonio Dini, a grower of tech awareness

Italian journalist Antonio Dini spent most of his time flying to the US to discover the last newborn in the cradle of IT, Silicon Valley. He met small entrepreneurs and the richest men in the world, such as Steve Jobs and Bill Gates.  He writes about technology for numerous media outlets, including Il Sole 24 Ore. In his spare time, he cultivates his digital garden: a blog where he makes people aware of what he discovers by traveling through the net and through the skies.

You can read my interview here. 

April 30 2021
Reading time: 10 min

You can find the English version of the interview at this link.

di Ilaria Verunelli

Ha intervistato Bill Gates, Steve Jobs, Jeff Bezos, Marissa Mayer, Linus Torvalds. Voleva fare esteri e si è trovato a scrivere di tecnologia. Ha due passioni: il computer e l’aviazione. A proposito di computer racconta di quando, a 14 anni, ha chiesto ai genitori un Commodore 64, invece del motorino. Al riguardo di aeromobili, cita La virata di William Langewiesche, perché permette di capire uno dei principi fondamentali del volare. Se gli chiedete cosa fa di mestiere, la risposta è che perlopiù scrive ed è per questo che il suo canale Telegram si chiama Mostly, I write. Fiorentino d’origine, milanese d’adozione, Antonio Dini si occupa di informatica per svariate testate, tra cui Il Sole 24 Ore. Per chi la segue, la sua newsletter Mostly Weekly è il gomitolo rosso che Antonio sdipana nel labirinto delle nostre vite digitali. Per esempio: vi siete mai domandati cosa può vedere chi fa le pagine web dove navigate? Beh, scrive Antonio, cliccate qui. Oppure: avete veramente capito in cosa consiste la nuova normativa sui cookie? Provate questo. Che la generazione da cui proviene è ancora quella della carta stampata, lo si capisce quando inquadra gli scaffali dello studio da cui scrive. I libri sono tanti, ce ne sono anche negli scatoloni in soffitta e in fondo “se fossi più giovane, tutto questo starebbe in un Kindle”. (Classe 1969, Antonio Dini ha studiato Scienze Politiche a Firenze e tra i suoi professori c’era anche Giovanni Sartori).

Lo chiedo ad un papà che è stato un bambino innamorato dei computer: viviamo veramente in un mondo distopico?

Il problema oggi è che a livello di società non abbiamo metabolizzato che cos’è l’informatica. È ancora vista come magia, come voodoo, non è compresa. C’è una frase che a me piace moltissimo. È di un informatico olandese, E. W. Dijkstra, e recita: “L’informatica non riguarda i computer più di quanto l’astronomia riguardi i telescopi”. Prendi una macchina: è certamente importante comprendere come funziona, ma guidare bene è un insieme di competenze completamente differenti. Questa carenza di cultura informatica si combina con un difetto del quadro legislativo e con l’esistenza di aziende il cui modello di business ha carattere predatorio. Il fatto che poi, in parti diverse del mondo, esistano concezioni antitetiche su quale sia il ruolo dello Stato e su come funzionino principi come la privacy certamente non aiuta.

Restringiamo il campo ai social network. Hanno ragione i catastrofisti?

Il business del social è tracciare l’utente e monetizzare questo tracciamento. A questo scopo, i social hanno creato una dieta basata solo ed esclusivamente sulle proteine, ovvero l’engagement. Purtroppo, è un’alimentazione tossica. L’engagement funziona di più quando c’è conflitto, non quando c’è confronto. La cosa più sconsigliata per chi vuole fare engagement è l’ascolto. In questi ambiti le relazioni interpersonali sono un carburante per aumentare l’engagement ed è folle, perché il costo umano è altissimo. Si vede nel livello di nevrosi costante, nell’insicurezza indotta alla ricerca del riconoscimento, della gratificazione dei like. Detto questo, il social è un tipo particolare di community. Tutte le altre community esistenti, come forum, comunità specializzate, hanno senso. Sono strutture social nate dal basso e non consumano costantemente le informazioni e le passioni delle persone.

Tu hai scritto un libro, Emozione Apple, che ha avuto due ristampe e una discreta eco. Raccontaci la tua esperienza a San Francisco.

A livello personale, l’esperienza più bella che ho fatto è stata la domenica successiva al mio primo arrivo a San Francisco. Alloggiavo in un albergo in Union Square. Sono sceso a mangiare un panino col buio, la città era popolata dai senzatetto, non fui favorevolmente colpito dal luogo. La mattina successiva ho camminato sulla strada che sale fino a Noble Hill, poi mi sono spostato fino al Golden Gate e North Beach. È stata l’unica città della mia vita in cui camminavo ridendo. Era piena di sole, aveva le case bianche, il saliscendi della collina. Mi sono innamorato quasi alla pari di quanto posso essermi innamorato di una persona. Negli anni, ho poi incontrato molti piccoli imprenditori che gravitavano intorno agli ecosistemi Apple e HP. Ricordo, per esempio, quando ho conosciuto per caso e poi intervistato un’imprenditrice che aveva fondato una piccola startup, Upstartle. L’azienda offriva un servizio che si chiamava Writely, un word processor basato sul web, con il quale si poteva in sostanza lavorare dal browser. Nel 2006 sono stati acquisiti da Google. Insieme ad un altro prodotto, XL2Web, sono diventati la base di Google Docs.

Entriamo nel pantheon dei big tech. Raccontaci il tuo incontro con Steve Jobs, Bill Gates, Jeff Bezos.

Steve Jobs l’ho incontrato per pochissimo tempo, in un contesto poco comodo per tutti. Ho potuto giusto fare tre domande. Lui fu molto freddo, distante, ma in realtà di lì a poco si sarebbe ritirato a causa del tumore. Probabilmente l’ho incrociato in un momento proprio no. Bill Gates è una persona estremamente affabile, molto cordiale. Con lui però c’erano precise regole d’ingaggio, per cui ho potuto affrontare temi meno radicali di quelli che affronterei adesso. Quanto a Jeff Bezos, il suo PR, un attimo prima di entrare nella stanza dell’intervista, mi ha detto: “Mi raccomando, non ti spaventare quando ride”. Lì per lì, la frase mi stranì. Beh, provare per credere, Jeff Bezos ha davvero una risata devastante. In generale, la cosa che ho molto apprezzato di queste persone è che a differenza degli europei non cercano la politica. I dirigenti americani sono come degli atleti professionisti. Io paragono quelle interviste al tennis: ci tengono a renderle toste, forti, come se giocassero una partita che vogliono vincere. E si aspettano che tu voglia vincere.

Oggi chi vorresti intervistare?

Certamente Elon Musk. Poi intervisterei di nuovo Jeff Bezos che è molto cambiato da quando l’ho incontrato io, come del resto ha fatto la sua azienda. Anche con Linus Torvalds farei il bis, ma questa volta mi piacerebbe intervistarlo di persona, perché la prima l’ho fatto tramite mail. Infine, Donald Knuth. Figlio di un tipografo, Knuth è andato a insegnare informatica in un’epoca in cui il concetto di informatica era molto diverso da quello che conosciamo oggi. Knuth ha contribuito a costruire questo concetto strada facendo. È autore dell’opera The Art of Computer Programming, ancora incompleta. A lui si deve l’invenzione del sistema informatico di scrittura dei testi scientifici conosciuto come TeX. Si tratta della lingua digitale che viene usata da tutti gli scienziati del mondo. Le parole dell’accademia di fatto passano da questo linguaggio. Purtroppo, Donald Knuth non rilascia interviste. Sulla sua pagina della Stanford University scrive: “Mandatemi una lettera, la mia segretaria mi dirà se è un tema interessante. Il mio obiettivo è comunicare in modo efficiente, in modalità batch – tipo, un giorno ogni sei mesi”.

Quindi proverai a mandare una lettera…

In realtà non so cosa chiedergli. Formulo meglio le mie domande quando posso guardare l’intervistato negli occhi.

Ormai sono passate più di due ore da quando l’intervista è cominciata. Ad Antonio piace spiegare. Lo fa di professione, perché al giornalismo affianca l’attività di insegnamento in università. Antonio fa ammenda per la lentezza, ma a chi lo ascolta, la flemma, più che un difetto, sembra piuttosto un metodo. Non a caso cita la tecnica di Feynman, perché è convinto che tutto possa “essere spiegato ad un bambino di 8 anni”. Non lo dice, ma chi fa la chiosa lo immagina: per lui sapere è potere. Divulgare, in aula o in uno spazio virtuale, una responsabilità sociale. “Ce lo insegnavano a Scienze Politiche: l’obiettivo delle organizzazioni, così come quello degli individui, è quello di autoperpetuarsi. Ma gli individui hanno ampissima capacità di scelta, anche quando lavorano nelle organizzazioni e anche se a volte si nascondono dietro le organizzazioni”. Ora verrebbe da tirar fuori la parola libertà. “Io non uso Word per scrivere. Uso il formato basato sul testo semplice, che oggi non ha più problemi di compatibilità, con una leggerissima struttura data dal markdown. È un formato open, fluido e non richiede software dedicati: per me è a prova di futuro. L’editor di testo lo cambio a seconda del gusto e di quel che mi piace”. Eh sì, Antonio Dini perlopiù scrive di mestiere, ma non usa Word. Siamo al punto. “L’obiettivo ultimo è Dinamite Bla. È un personaggio Disney, compare originariamente in Paperino. È il simbolo della self reliance, quello che si basta, l’eremita che vive in cima alla montagna. Abbastanza antipatico, si sostenta con ciò che coltiva e difende ciò che possiede con l’archibugio caricato a sale”.

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